“…ma, in sintesi, l’informatica a cosa serve ?”


considerazioni sulla struttura del comparto ICT

Come in tutte le comunità specialistiche, anche tra gli addetti ai lavori dell’ICT (“Information and Communication Technology”), si danno per scontati idee e concetti che ad un’analisi appena approfondita aprono insospettati spazi di riflessione (spesso proprio  per gli stessi addetti ai lavori).

Personalmente mi capita ogni volta che qualcuno mi chiede di spiegargli di cosa mi occupo o a che serve quello che faccio, e più l’interlocutore ha la mente sgombra di preconcetti e le domande che pone sembrano ovvie, più il gioco si fa divertente, interessante (e istruttivo per il sottoscritto).

Provate a spiegare, o meglio a chiedere, ad una classe di bambini (è essenziale che non abbiano ancora avuto la disgrazia di frequentare un corso di informatica…) che cos’è o a che serve un computer. O provate a fare qualche chiacchierata su questi temi con degli ultrasettantenni: es. genitori/suoceri (solo per chi non è più giovanissimo).

Alla fine la domanda per “l’esperto” è quasi sempre: “…ma, in sintesi, l’informatica a cosa serve ?”, domanda che contiene due parole chiave “sintesi” e “serve”. Se si parlasse di automobili la risposta sarebbe banale: “L’auto serve a portare le persone e le cose da un posto all’altro.” 

Provate a descrivere con la stessa sintesi a che serve l’ICT, tutta l’ICT, non solo l’elaborazione delle fatture o degli stipendi, anche Internet, la banda larga, la posta elettronica, le chat, i videogiochi,… quando si parla di informatica di solito si risponde per elencazione: “l’informatica serve a fare questo, questo e quest’altro…”, la sintesi sfugge. Sappiamo descrivere bene la singola applicazione: fare gli stipendi, scrivere un documento, copiare un CD, vedere un video su Internet,… ma abbiamo una grande difficoltà a individuare un’unica descrizione per tutti gli utilizzi delle nostre tecnologie, a connotare le nostre tecnologie, quello che facciamo, dal punto di vista delle funzionalità per gli utenti.

Qualcuno potrebbe sostenere che, se una cosa non la sappiamo descrivere in modo che gli “altri” la capiscano, allora siamo noi a non sapere bene cosa sia.

E allora è utile ripartire dai fondamentali, facendo tabula rasa delle incrostazioni mentali che, a torto o a ragione, ci portiamo dietro e riflettere.

Tanto per cominciare l’ICT è, credo, l’unica industria che si propone già nel nome, non per quello che fa, ma per le tecnologie che adopera. Per ricorrere ad un’analogia al limite del paradosso, seguendo quest’approccio l’industria automobilistica ( = industria che fa le automobili) si chiamerebbe probabilmente industria dell’ICET (Internal Combustion Engine Technology).

E riferirci alle tecnologie e non ai prodotti, ci porta a confondere i mezzi (le tecnologie) con i fini (l’uso che si fa delle tecnologie), si pensa di poter produrre e vendere qualsiasi cosa le utilizzi. Nell’analogia dell’industria automobilistica, sapendo fare macchine con il motore a scoppio (i camion), l’IVECO cercherebbe di vendere motorini e, viceversa, la Piaggio motonavi. Alla fine ci si ritroverebbe con venditori (o consulenti) che vi spiegano perché non è opportuno andare a fare la spesa a bordo di una betoniera o in vacanza con una ruspa, e che, non avendo la patente per tutte le macchine che vi propongono, per portarvi a fare un giro di prova dovrebbero chiamare uno dell’officina (il famoso “tecnico”)…

Quindi se ci concentriamo non sulle tecnologie dell’ICT, ma sull’uso che se ne fa a casa e sul lavoro, vedremo quello che vedono tutti: che la gente in ufficio immette e consulta dati, produce e consulta documenti, invia messaggi di posta elettronica, mentre a casa scatta ed elabora fotografie digitali, naviga in Internet, registra musica in formato MP3… quindi la gente tramite l’ICT raccoglie e archivia dati, registra suoni e immagini, produce documenti, in una parola produce contenuti che poi manipola o invia a qualcuno perché siano ancora elaborati o trasformati e poi inviati o messi a disposizione di altri perché li possano, a loro volta, utilizzare o trasformare.

La chiave è quindi la parola “contenuti”, riferirsi ai contenuti ci consente di trovare la generalizzazione che ci mancava: l’ICT serve a gestire (raccogliere, archiviare, modificare), trasferire e utilizzare contenuti (dati, documenti, suoni, immagini); il computer consente di gestire e, volendo, utilizzare qualsiasi tipo di contenuto, la rete di trasferirlo.

Sembra una definizione semplice, funziona bene, rende conto della pervasività conclamata dell’ICT nelle nostre vite, giustifica perché gli oggetti di uso comune (telefoni cellulari, macchine fotografiche, impianti stereo,…) assomigliano sempre di più a dei PC o a delle periferiche di PC. Tecnicamente è corretta: tutti noi sappiamo trovare il programma o l’applicazione per fare, su un PC qualsiasi, le cose dette sopra.

Ma se il campo di applicazione dell’ICT è così esteso, dall’elaborazione delle fatture alla realizzazione di film totalmente “virtuali”, dal controllo di processo, alla distribuzione di musica e video in digitale, alla gestione di complesse transazioni finanziarie, allora il mestiere dell’informatico oggi cos’è ? ha ancora senso definirlo tale o sarebbe meglio dire che esistono molti mestieri informatici diversi (e relative industrie)?

Banalizzando, vi fareste gestire il conto in banca da un programma scritto da chi, fino al giorno prima ha sviluppato il software per la realizzazione di Shrek o di Jurassic Park ?

 

2 responses to ““…ma, in sintesi, l’informatica a cosa serve ?”

  1. FANTASTICO… D’accordo al 100%. Quindi potremmo sostituire ICT con CMS (Content Management & Sharing)?

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